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Aumento del seno: 5 criteri per scegliere la protesi

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La parte più lunga di una visita per la mastoplastica additiva non è spiegare l’intervento, è scegliere la protesi. Le pazienti arrivano di solito con una foto: “Vorrei così.” Se la persona nella foto ha altezza, larghezza delle spalle, gabbia toracica e tessuto mammario diversi dai vostri, la stessa protesi non darà lo stesso risultato. Per questo la scelta non è come prendere una taglia da un catalogo; è un calcolo fatto sul vostro corpo in base a pochi criteri. Qui sotto li spieghiamo nell’ordine in cui li affrontiamo in visita.

1. Il volume: perché la domanda “quanti cc” inganna

La prima domanda riguarda quasi sempre il volume: “300 cc sono tanti?” La risposta dipende da chi li riceve. Gli stessi 300 cc producono un aumento evidente in una donna minuta con torace stretto e si notano appena in una donna alta con spalle larghe. Per questo la prima cosa che facciamo è misurare in millimetri la larghezza della base del seno. Il diametro di base della protesi non può superare quello del vostro seno; altrimenti la protesi deborda verso l’ascella o verso il centro e non sembra mai naturale. Questa misura fissa da sola l’intervallo di volumi possibili.

Poi c’è la questione della taglia del reggiseno. Voler “salire di una coppa” è comprensibile, ma le taglie variano così tanto da marca a marca che non possono servire come misura di pianificazione. In visita vi facciamo vedere volumi diversi sotto i vestiti con protesi di prova inserite nel reggiseno. La maggior parte delle pazienti dopo questa prova sceglie un volume diverso da quello detto all’inizio; a volte più grande, più spesso più piccolo.

Donna che misura la circonferenza del seno con un metro da sarta
Larghezza della base mammaria, diametro del torace e spessore del tessuto esistente si misurano in millimetri. Il volume si sceglie entro l’intervallo consentito da queste misure, non in base alla taglia del reggiseno.

2. La forma: rotonda o a goccia?

Le protesi esistono in due forme di base. Quella rotonda è simmetrica in ogni direzione, dà pienezza anche al polo superiore e accentua il décolleté. Quella anatomica o a goccia è più piena in basso e inclinata in alto; imita il profilo di un seno naturale. L’anatomica sembra più naturale, ma in pratica è un po’ più complicato.

In piedi, anche una protesi rotonda a gel morbido assume per gravità una forma a goccia; la differenza tra i due tipi in posizione eretta è minore di quanto si pensi. L’anatomica, invece, ha un rischio tutto suo: se ruota nella sua tasca, la forma del seno si deforma e serve un intervento per correggerla. Per questo riserviamo l’anatomica soprattutto a pazienti con pochissimo tessuto mammario che non vogliono un polo superiore troppo pieno. Nella maggior parte delle pazienti con tessuto proprio, la rotonda dà un risultato naturale e sicuro.

3. Il profilo: stesso volume, proiezione diversa

È il criterio meno conosciuto dalle pazienti. Due protesi dello stesso volume possono avere diametro di base e altezza diversi. Quella a profilo basso è larga e piatta; quella a profilo alto ha base più stretta e sporge di più in avanti. In una paziente con torace stretto, il modo per raggiungere il volume desiderato senza superare il diametro di base è salire di profilo. In una paziente con base larga, un profilo moderato risulta più equilibrato. La decisione sul profilo si basa interamente sulle misure; si può regolare di uno o due gradini secondo che la paziente preferisca “naturale” o “marcato”, ma i confini li traccia l’anatomia.

4. Superficie e riempimento: liscia o testurizzata?

Quasi tutte le protesi usate oggi contengono gel di silicone coesivo; anche se l’involucro si rompe, il gel non si disperde. Quelle con soluzione fisiologica non si preferiscono più se non in casi particolari, perché al tatto sono meno naturali e tendono di più a formare pieghe.

La questione della superficie è più dibattuta. La superficie testurizzata impedisce alla protesi di spostarsi nella tasca ed è obbligatoria per le anatomiche. Dopo il 2019, però, alcuni prodotti sono stati ritirati dal mercato per un raro linfoma associato a certe superfici a testurizzazione grossolana. Oggi, per le protesi rotonde, preferiamo superfici lisce o microtesturizzate. A ogni paziente diciamo chiaramente quale marca e quale tipo di superficie verrà usata e consegniamo la tessera della protesi. Conservarla rende molto più semplici i controlli degli anni successivi.

Protesi mammarie in silicone a superficie testurizzata di diverse dimensioni su un telo viola
Le protesi di uno stesso produttore esistono in diversi diametri di base, profili e superfici. La combinazione giusta si determina in base alle misure della paziente.

5. La posizione: sotto o sopra il muscolo?

Qui non si parla della protesi in sé ma di dove va messa, cosa che però influenza direttamente la scelta. Nella posizione sottoghiandolare la protesi sta subito sotto il tessuto mammario, sopra il muscolo pettorale. Fa meno male dopo l’intervento e, per chi fa sport, non c’è il problema della protesi che si muove quando il muscolo si contrae. Nelle pazienti con tessuto sottile, però, i bordi della protesi possono vedersi e il rischio di pieghe al polo superiore aumenta.

Nella posizione sottomuscolare la parte alta della protesi sta sotto il muscolo pettorale. Il polo superiore è coperto con una transizione più morbida, la mammografia si legge meglio e il rischio di contrattura capsulare è un po’ più basso. Nelle prime settimane tensione e dolore sono maggiori e il recupero un po’ più lungo. Nella maggior parte delle pazienti usiamo la tecnica dual plane, un misto delle due: la parte alta della protesi sotto il muscolo, quella bassa sotto il tessuto mammario. Il piano lo determina lo spessore del tessuto misurato con il test del pizzico; sotto i due centimetri, andare sotto il muscolo diventa quasi obbligatorio.

Anche la via d’accesso è una decisione

C’è un altro tema, fuori dai cinque criteri, che viene chiesto spesso: da dove entra la protesi? Ci sono tre opzioni. L’incisione nel solco sottomammario è la più comune; offre la visuale migliore, va bene per ogni tipo di protesi e la cicatrice si nasconde nella piega. L’incisione intorno all’areola guarisce quasi invisibile se l’areola è abbastanza ampia, ma poiché attraversa i dotti galattofori comporta un piccolo rischio aggiuntivo per allattamento e sensibilità. La via ascellare non lascia alcuna cicatrice sul seno, ma non è adatta alle protesi anatomiche né ai volumi grandi. Alla maggior parte delle pazienti consigliamo il solco sottomammario; una cicatrice di quattro o cinque centimetri diventa dopo un anno una linea sottile e chiara.

Il lipofilling è un’alternativa alla protesi?

Questa alternativa viene chiesta sempre più spesso. Prelevare il proprio grasso da addome o cosce e iniettarlo nel seno attira chi non vuole un corpo estraneo. Ma i limiti sono netti: il volume guadagnato in una seduta resta di solito intorno a mezza coppa, parte del grasso iniettato si riassorbe e non è fattibile nelle pazienti magre senza abbastanza grasso da prelevare. Per chi vuole un aumento visibile, da solo non basta. Abbinato a una protesi, invece, è molto utile: un complemento ideale per ammorbidire i bordi della protesi, riempire i vuoti del décolleté e bilanciare piccole differenze tra i due seni. Quindi la domanda di solito non è “protesi o grasso” ma “aggiungiamo grasso alla protesi?”.

Che cosa succede in visita?

Il primo colloquio dura circa quarantacinque minuti. Prima ascoltiamo le vostre aspettative; le foto che portate servono, perché la parola “naturale” significa qualcosa di diverso per ognuna. Poi le misure: larghezza della base del seno, distanza capezzolo-solco, spessore del tessuto, differenza tra i due lati. In quasi tutte le donne i due seni sono un po’ diversi; rileviamo questa differenza in anticipo e a volte la compensiamo mettendo volumi diversi nei due lati. Poi la prova con protesi di prova nel reggiseno. Alla fine restano due o tre opzioni e la decisione la prendiamo insieme.

Un’ultima cosa: non uscirete dalla visita con la pressione di “decidere oggi”. Molte pazienti portano a casa misure e consigli, ci pensano qualche settimana e tornano. Avere fretta non dà alcun vantaggio in questo intervento; un’operazione fatta con la protesi giusta, invece, vi accompagna per anni.

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