
Quasi tutte le donne che pensano a una mastoplastica additiva hanno sentito la stessa frase da qualcuno: “Le protesi vanno cambiate ogni dieci anni.” È così diffusa che le pazienti arrivano in visita preoccupate non per l’intervento, ma per il secondo, dieci anni dopo. Anche le donne operate anni fa chiamano con la stessa ansia: “Le mie hanno nove anni, stanno per scadere?” In questo articolo spieghiamo da dove nasce questa voce, quanto durano davvero le protesi e quando la sostituzione è davvero necessaria.
Le protesi in silicone hanno una data di scadenza?
Risposta breve: no. Le protesi in silicone usate oggi non hanno una data di scadenza e non esiste alcuna regola che imponga di cambiarle ogni dieci anni. I principali produttori offrono una garanzia a vita contro i difetti strutturali come la rottura. Finché una protesi non dà problemi può restare dov’è; abbiamo pazienti che vivono benissimo con le stesse protesi da venti o venticinque anni.
Da dove viene allora il mito dei dieci anni? Ha due origini. La prima sono le protesi degli anni Novanta. Le protesi a involucro sottile e gel fluido di allora si rompevano davvero più spesso, e alle pazienti di quella generazione si consigliava la sostituzione a intervalli. La seconda è un avvertimento che l’agenzia americana FDA ripete da anni: “Le protesi mammarie non sono dispositivi a vita; più a lungo si portano, maggiore è la probabilità di complicanze.” La frase è vera, ma non dice “cambiatele a dieci anni”. Col tempo, nelle conversazioni comuni, le due cose si sono confuse e sono diventate un calendario.
Che cosa dicono i numeri reali?
A essere onesti, i numeri non dicono nemmeno “non toccarle mai”. Secondo gli studi di follow-up a lungo termine dei grandi produttori, tra un quarto e un terzo delle donne sottoposte a mastoplastica additiva estetica si sottopone a un secondo intervento per qualche motivo nei primi dieci anni. La percentuale varia per marca e per studio. Ma il punto cruciale è questo: una parte consistente di quegli interventi non avviene perché la protesi si è guastata, ma perché è cambiata la preferenza della paziente. Chi vuole aumentare o ridurre il volume e chi aggiunge un lifting dopo la gravidanza rientrano tutte in quel numero.
Leggere “un terzo si riopera entro dieci anni” come “a un terzo si rompe la protesi entro dieci anni” è quindi sbagliato. La lettura corretta è che in dieci anni la grande maggioranza delle donne non tocca le proprie protesi, e il resto fa una revisione, il più delle volte per scelta e a volte per un motivo medico.

Le situazioni che richiedono la sostituzione
La decisione di sostituire si basa sui riscontri, non sul calendario. Vediamo in ordine i motivi che incontriamo più spesso in visita.
Al primo posto c’è la contrattura capsulare. Il corpo avvolge con una membrana sottile ogni corpo estraneo che vi viene inserito, protesi comprese. È normale e quasi sempre passa inosservato. In alcune pazienti però questa membrana si ispessisce e si contrae, stringendo la protesi. Il seno si indurisce, risale, e negli stadi avanzati fa male e si deforma. Negli stadi lievi ci limitiamo a monitorare; in quelli avanzati bisogna rimuovere la capsula e rinnovare la protesi.
Al secondo posto la rottura. Con le protesi di vecchia generazione una rottura si notava subito, perché il gel si disperdeva. Le attuali protesi a gel coesivo mantengono la forma anche se lacerate; la chiamiamo “rottura silente”. La paziente non sente nulla, il seno appare uguale, ma l’integrità dell’involucro è compromessa. Per questo i controlli con imaging sono importanti. Una rottura accertata non è un’emergenza, ma richiede la sostituzione in tempi ragionevoli.
Il terzo motivo è il rippling, cioè la protesi che diventa percepibile al tatto. Soprattutto nelle pazienti magre con tessuto sottile, man mano che il tessuto mammario si assottiglia negli anni, i bordi della protesi possono diventare visibili o palpabili. Non è un problema medico, ma se disturba esteticamente si può aggiungere lipofilling, spostare la protesi sotto il muscolo o cambiarne il tipo.
Un altro è lo spostamento. Col tempo una protesi può scendere, aprirsi verso l’esterno, oppure le due protesi possono avvicinarsi sulla linea mediana. Nella maggior parte dei casi la protesi è integra; il problema è nella tasca. Si ripara la tasca e di solito si rinnova anche la protesi.
E il motivo che vediamo più spesso e di cui si parla meno: il seno è cambiato, la protesi no. Gravidanza, allattamento, variazioni di peso e anni modificano il tessuto mammario. La protesi resta al suo posto mentre il tessuto sopra scende, e il seno appare “cadente”. Qui la protesi non ha nulla; la soluzione è un lifting, e in quell’occasione di solito si rinnova anche la protesi, perché lasciare una protesi di dieci anni a campo operatorio già aperto ha poco senso.
Come capire se c’è un problema?
Ci sono segni che potete notare da sole: un seno che si indurisce rispetto all’altro, un cambiamento di forma, una risalita, un gonfiore improvviso, un dolore o bruciore nuovo nella zona della protesi, ondulazioni nella parte alta. Se ne notate uno, venite in visita senza aspettare.
Ma la rottura silente, come dice il nome, non dà sintomi. Per questo consigliamo controlli con imaging regolari anche senza disturbi. L’indicazione attuale della FDA per le protesi in gel di silicone è un primo controllo cinque o sei anni dopo l’intervento, poi ogni due o tre anni. I metodi sono due: ecografia e risonanza magnetica. L’ecografia è rapida, economica e sufficiente nella maggior parte dei casi; davanti a un reperto dubbio o quando serve una risposta più certa passiamo alla risonanza. La risonanza resta il metodo più affidabile per individuare una rottura.

Aggiungiamo una cosa: la protesi non ostacola lo screening del tumore al seno. La mammografia si può fare; basta avvisare il tecnico che avete le protesi, perché vengono eseguite proiezioni aggiuntive con posizioni particolari. Non trascurate il vostro programma di screening dopo i quarant’anni a causa delle protesi.

Il tipo di superficie e un rischio raro da conoscere
In base alla superficie le protesi si dividono in lisce e testurizzate. La superficie testurizzata è stata molto usata per anni perché aiuta la protesi a restare in posizione. Nel 2019 alcuni prodotti sono stati ritirati dal mercato per un raro tipo di linfoma associato a una specifica superficie a testurizzazione grossolana. Questa malattia è estremamente rara e si manifesta di solito anni dopo l’intervento con un accumulo improvviso di liquido e gonfiore in un seno. Diagnosticata presto, si tratta in larga misura rimuovendo protesi e capsula.
Non lo scriviamo per allarmare, ma per una ragione pratica: se avete la tessera con marca e numero di serie della protesi, conservatela. Sapere che tipo di superficie avete ci facilita nel decidere la frequenza dei controlli. Se non avete la tessera, potete chiedere la documentazione alla struttura dove vi siete operate. Rimuovere una protesi testurizzata che non dà problemi solo per questo motivo non è consigliato; basta il follow-up.
Le abitudini che allungano la vita della protesi
Per la protesi in sé potete fare poco, ma per il tessuto che la circonda potete fare molto. Mantenere il peso stabile ritarda lo scivolamento e il cedimento del tessuto mammario sulla protesi. Usare un reggiseno ad alto sostegno durante lo sport, soprattutto nella corsa e nelle attività con salti, impedisce alla tasca di allargarsi. Il fumo è tra i fattori che aumentano il rischio di contrattura capsulare; un motivo in più per smettere. E soprattutto, non saltare il controllo annuale. La maggior parte dei problemi si risolve con un piccolo intervento se colta presto, e diventa una grande operazione se colta tardi.
La sostituzione è più difficile del primo intervento?
È la domanda che le pazienti temono di più e la risposta è di solito rassicurante. Una semplice sostituzione, cioè senza problemi di capsula e con il solo rinnovo della protesi, è più leggera del primo intervento. Si entra dalla stessa cicatrice, la tasca è già pronta e, poiché il tessuto si è già espanso, tensione e dolore sono minori. Il recupero è in genere più breve della prima volta.
Se bisogna rimuovere la capsula, aggiungere un lifting o riparare la tasca, l’intervento cresce e il recupero somiglia a quello del primo. Alcune pazienti a quel punto scelgono di rimuovere del tutto le protesi senza sostituirle; anche questa è un’opzione valida, abbinabile se necessario a lipofilling o lifting.
Invece di riassumere, diciamolo così: non c’è bisogno di scrivere in agenda “sostituzione protesi” tra dieci anni. Quello che va scritto è “un controllo all’anno, primo imaging a cinque anni”. Finché non ci sono problemi, le vostre protesi restano con voi; e se un problema compare, il modo per coglierlo presto passa proprio da quei controlli.